Francesco ci ha commosso. Anche se non può venire lo sentiamo tra noi

«Il gesto del Santo Padre ha profondamente commosso i cristiani iracheni». Così il patriarca caldeo di Babilonia Raphael Louis I Sako commenta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre la decisione di Papa Francesco di donare al piano ACS per il ritorno dei cristiani a Ninive parte del ricavato dalla vendita del numero unico della Lamborghini Huracan, donata al Pontefice dalla casa automobilistica lo scorso 15 novembre.

«Ormai mi sono abituato alle sorprese di Francesco», ironizza il patriarca notando poi come quello di Bergoglio sia «un gesto che incarna pienamente la carità cristiana, non con parole ma con fatti concreti». La notizia è stata largamente riportata dai media iracheni e seguita con attenzione dalla comunità cristiana. «Non è la prima volta che, con i suoi doni, il Papa ci mostra la sua vicinanza. Non è ancora potuto venire tra noi, ma a volte la presenza umana e spirituale è più importante di quella fisica».

La notizia di questo ulteriore supporto da parte del vescovo di Roma giunge in un momento delicato per la Piana di Ninive, dopo le tensioni legate al referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. «Ora la situazione è tranquilla e vi è volontà di dialogo, ma all’Iraq serve di più. Sono necessari una separazione tra Stato e religione, e un nuovo concetto di cittadinanza che garantisca pari dignità a ciascun iracheno a prescindere dall’appartenenza religiosa».

Nel frattempo il Piano ACS per la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive – che Papa Francesco ha voluto sostenere – va avanti e le famiglie continuano a tornare alle proprie case. «Vogliamo testimoniare la fede cristiana in queste terre. La nostra presenza è essenziale per i fedeli di ogni religione, perché noi costituiamo un elemento di apertura capace di contrastare la violenza. Mentre per i cristiani di tutto il mondo, tutto quello che abbiamo sofferto a causa della nostra fede rappresenta un esempio da seguire e condividere attraverso la preghiera».

“Aiuto alla Chiesa che soffre“ e il Comitato “Nineveh Reconstruction” (NRC) lottano contro il tempo per riportare a casa quante più famiglie siro-cattoliche possibile prima dell´inizio dell´anno scolastico. Ben 600 famiglie sono già tornate nella città della Piana di Ninive. Don Georges Jahola, responsabile del team siro-cattolico per l´NRC: «Dieci anni e la città si ripopolerà come prima dell´Is»

La città di Baghdeda (in lingua turca Qaraqosh), nella Piana di Ninive, lotta contro il tempo e per la vita. A settembre riaprono le scuole. Le famiglie siro-cattoliche, che tre anni fa hanno lasciato la città per fuggire agli attacchi del sedicente Stato islamico (Is) e che hanno trascorso gli ultimi tre anni in Kurdistan da “sfollati interni” (internally displaced persons, IDPs), vorrebbero finalmente tornare a casa, in tempo per l´inizio dell´anno scolastico dei loro figli.

«Le scuole di Baghdeda sono state riparate da organizzazioni internazionali come l´Onu», spiega don Georges Jahola, responsabile del team siro-cattolico, membro del Comitato “Nineveh Reconstruction” (NRC), incaricato della ricostruzione della città. «Purtroppo le case delle famiglie cristiane che vorrebbero tornare – prosegue il sacerdote siro-cattolico – non sono ancora state ristrutturate. A Baghdeda vivevano prima dell´Is circa 5.000 famiglie siro-cattoliche. Di queste circa il 60% ha dei figli che vanno a scuola. Se a settembre le loro case non dovessero essere ancora pronte, queste famiglie potrebbero decidere di trasferirsi altrove, e questa volta per sempre. Se invece ce la facciamo, sono sicuro che in dieci anni, al netto delle famiglie che non torneranno più, Baghdeda si ripopolerà e ci saranno di nuovo tanti cristiani come prima dell´Is».

In questa città due anni e mezzo di occupazione da parte di migliaia di miliziani dell´Is –che, suggerisce don Jahola, «probabilmente avevano proprio qui la loro base operativa» – hanno lasciato in “eredità” 6.327 proprietà da ristrutturare. I terroristi hanno dato alle fiamme 2.269 abitazioni, hanno danneggiato parzialmente 3.950 appartamenti e ne hanno bombardati 108.

“Aiuto alla Chiesa che soffre“ (ACN) ed altre organizzazioni stanno ricostruendo le prime case, iniziando da quelle meno danneggiate. ACN ne ha già ricostruite 47 nel settore “E” della città. «Le famiglie colgono questo segnale di speranza e iniziano a tornare», commenta don Jahola. «A Baghdeda – prosegue il sacerdote – sono già tornate 600 famiglie. Poi abbiamo circa 120 lavoratori che si sono già trasferiti qui per lavorare, mentre le loro famiglie aspettano ancora ad Erbil di poterli raggiungere. Soprattutto i bambini sono contentissimi di poter tornare a casa».

Per riportare in vita Baghdeda vanno rimesse in moto la rete idrica e quella elettrica. «La corrente sta tornando lentamente. Il governo di Bagdad ha riparato i vecchi generatori di corrente e ne ha acquistati 15 nuovi, che sono però troppo pochi. Ne servirebbero infatti almeno altri 150. I terroristi dello Stato islamico hanno danneggiato la rete idrica della città e in alcuni quartieri l´acqua non arriva. La municipalità avrebbe bisogno di una ruspa per lavorare, che però non abbiamo».

Il cuore pulsante della ricostruzione di Baghdeda è proprio l´ufficio del team siro-cattolico, guidato da don Georges Jahola. «Ogni giorno riceviamo chiamate da parte di famiglie cristiane che vogliono tornare a casa. I nostri ingegneri verificano lo stato strutturale delle loro abitazioni e ne registrano i danni. Poi tornano in ufficio e annotiamo i dati raccolti dalla perizia. Sempre più famiglie ci chiedono di fare una stima dei costi per la riparazione della loro casa: a causa delle molte richieste in questi giorni abbiamo dovuto perfino assumere due nuovi ingegneri».

Nonostante le difficoltà, altre famiglie siro-cattoliche stanno lentamente tornando anche a Bartella, città della Piana di Ninive a maggioranza siro-ortodossa. Delle 650 famiglie che prima dell´attacco dell´Is vivevano a Bartella ne sono già tornate 24. In questa città, occupata dal 6 agosto 2014 al 20 ottobre 2016, l´Is ha bruciato 69 abitazioni di famiglie siro-cattoliche, ne ha danneggiate 274 e distrutte totalmente 19. Don Benham Benoka, membro del Comitato “Nineveh Reconstruction” (NRC), si occupa di ricostruire queste abitazioni di famiglie siro-cattoliche a Bartella. Come a Baghdeda, un team di ingegneri visita le case, esegue perizie dei danni e riferisce i costi. «Questa è la casa di Dhiya Behnam Nuna ed è stata costruita sopra le rovine della Bartella vecchia», chiarisce don Benoka. «I terroristi dello Stato islamico hanno perforato i muri degli appartamenti per spostarsi di casa in casa senza essere avvistati dagli elicotteri americani», spiega don Benoka mentre passiamo di appartamento in appartamento proprio attraverso queste aperture nei muri.

Sul pavimento si stende una discarica di rifiuti: immagini sacre, capi d´abbigliamento, materassi e pezzi di mobilio. Sembra impossibile tornare a vivere qui. Eppure un ingegnere prende già le misure degli infissi. Presto il signor Dhiya Behnam Nuna avrà delle finestre nuove.

The challenges facing Christians in the Nineveh Plains are enormous: Currently there are still 14,000 registered families who have fled from Mosul and the Nineveh Plains living in Erbil (approximately 90,000 people), nearly 13.000 homes to be rebuilt, security concerns in the villages, Kurdish-Iraqi political maneuvering on the ground, infrastructure concerns (water, electricity, roads, schools and clinics) and most importantly the transition period between the end of monthly rentals and food packages and the move of these families to the restored villages. Drawing from the most recent surveys updated by the Nineveh Reconstruction Committee on July 14, 2017, 1228 families have already returned to Nineveh Plains and 423 properties are being renovated of which 157 have been restored through financial contributions by ACN.

Nella Piana di Ninive, in Iraq, 363 edifici di proprietà della Chiesa, danneggiati o distrutti dallo Stato islamico, hanno bisogno di essere ristrutturati. Le Domenicane Suor Luma Khuder e Suor Nazek Matty: «Speriamo di tornare a Teleskuf al più presto: le famiglie hanno bisogno di noi». Don Andrzej Halemba, presidente esecutivo (“acting chairman”) del Comitato „Niniveh Reconstruction“: «Già 450 famiglie sono tornate a Teleskuf: speriamo che molte altre seguano il loro esempio»

«L´accordo tra le chiese cristiane è un buon segno. La gente percepisce che la Chiesa è unita e che le decisioni non verranno prese unilateralmente». Suor Luma Khuder e Suor Nazek Matty, Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena del Convento “Nostra Signora del Rosario” di Teleskuf, a nord di Mosul, vedono come un segnale incoraggiante l´impegno delle chiese cristiane in Iraq per la ricostruzione dei villaggi cristiani nella Piana di Ninive, distrutti dal sedicente Stato Islamico (Is). La Chiesa siro-cattolica, quella siro ortodossa e quella caldea lo scorso 27 marzo hanno istituito un comitato (Nineveh Reconstruction Commitee, NRC) con il compito di seguire e pianificare la ricostruzione di quasi 13.000 abitazioni.

Prima del 2014 le Domenicane di Santa Caterina da Siena avevano conventi in molte città della Piana di Ninive. Poi è arrivato lo Stato islamico e suor Luma e suor Nazek insieme a una settantina di altre consorelle sono diventate “sfollate interne” (“internally displaced persons”, IDP). «Nel 2014, appena arrivate ad Erbil – spiega suor Luma – abbiamo iniziato distribuendo cibo, latte e pannolini. Abbiamo aperto “conventi di emergenza”, per stare il più possibile vicino agli sfollati cristiani, per servirli e stare con loro. Nel 2015 appena gli sfollati sono stati sistemati in alloggi più definitivi, abbiamo aperto due scuole, una ad Ankawa, a nord di Erbil, e l´altra a Dohuk. La scuola ad Erbil è frequentata da circa 600 bambini dai 6 ai 13 anni. Abbiamo aperto anche un asilo che accoglie 392 bambini. Queste strutture sono finanziate, tra gli altri, da ACN. Dipendiamo totalmente da questi aiuti».

Ora la situazione sta mutando. «Il numero di “sfollati interni” nel Kurdistan – nota suor Nazek – sta diminuendo lentamente. A Teleskuf non c´è più pericolo e parecchie famiglie sono tornate nelle loro case». «ACN – aggiunge in fine suor Luma – sta iniziando a ricostruire le case, anche a Teleskuf. Lo Stato islamico è rimasto in questo villaggio per poco tempo e le case non sono troppo danneggiate. Anche noi, con il sostegno di ACN, stiamo riparando il nostro convento “Nostra Signora del Rosario” a Teleskuf. Vorremmo tornarci al più presto, insieme alla gente, che è ormai stanca di vivere lontana da casa».

«Sappiamo che da gennaio 2017 circa 450 famiglie sono tornate a Teleskuf e molte altre si preparano a tornare a casa», spiega don Andrzej Halemba, referente per il Medio Oriente di ACN e presidente esecutivo del Comitato „Niniveh Reconstruction“. «Tra tutti i villaggi della Piana di Ninive – aggiunge don Halemba – Teleskuf è ad oggi il più sicuro. L´area è infatti controllata dall´esercito curdo. Speriamo che il ritorno delle famiglie cristiane a Teleskuf abbia un “effetto domino” sulle famiglie degli altri villaggi, che ancora esitano a tornare per timore che la situazione non sia ancora del tutto sicura. ACN contribuirà con oltre 40 mila euro al restauro del convento domenicano a Teleskuf: le suore devono tornare al più presto, le famiglie hanno bisogno di loro».

In tutta la Piana di Ninive sono 363 gli edifici ecclesiali attaccati dal sedicente Stato islamico (Is) che necessitano di un intervento restaurativo: 34 sono stati totalmente distrutti, 132 sono stati dati alle fiamme, 197 risultano “parzialmente danneggiati”. Solo a Teleskuf si contano 1.104 case private e 21 edifici di proprietà della Chiesa danneggiati dall´Is.

In Iraq, molte famiglie cristiane “sfollate interne” stanno già tornando nei loro villaggi nella Piana di Ninive, ma hanno ancora bisogno di alloggi e di assistenza alimentare. L´arcivescovo caldeo di Erbil, Warda: «Per loro i benefattori di ACN sono i buon samaritani».

 

Erbil (Kurdistan iracheno), 24.05.2017 – La vita di 12 mila famiglie “sfollate interne” (IDPs) – fuggite da Mosul o dalla Piana di Ninive a causa del sedicente Stato Islamico (Is) per raggiungere il più sicuro Kurdistan – dipende ancora dal supporto di “Aid to the Church in Need” (ACN). Finché non sarà completata la ricostruzione delle quasi 13 mila abitazioni danneggiate dall´Is nella Piana di Ninive, queste famiglie avranno bisogno di cibo e riparo.

Nel Centro „Erbil eyes“ di Ankawa, quartiere settentrionale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, vivono ancora 110 famiglie cristiano-caldee che aspettano di poter tornare nei loro villaggi di origine, saccheggiati e distrutti. Hanno abbandonato Karamles, Qaraqosh e Mosul tre anni fa, in appena 2-3 ore, giusto in tempo per non essere travolti dalla furia dell´Is. Sono arrivati ad Erbil il 6 agosto del 2014 e per 40 giorni hanno trovato riparo sotto il tetto di un edificio ancora in costruzione davanti la Chiesa di St. Joseph. Poi sono venuti qui.

«Le famiglie vivono divise in 46 appartamenti di due o tre stanze», spiega don Thabet Habib Yousif, coordinatore del Centro. «In ogni stanza vive una famiglia. Si dividono la cucina e il bagno. In questa convivenza forzata l´intimità famigliare è molto limitata». Molte famiglie, quando possono, lasciano il centro e traslocano in case prese in affitto. «Come la maggior parte di queste famiglie, anche io vengo da Karamles e sono un “prete sfollato”. Me ne sono andato per ultimo, accompagnando l´ultima famiglia. Qui faccio di tutto: dirigo, coordino, insegno Patristica al College “Babyl” per Filosofia e Teologia. Vorrei tornare a Karamles e fare solo il prete. ACN – prosegue don Thabet – finanzia “Erbil eyes” pagando l´affitto mensile dei questi appartamenti. La Fondazione pontificia distribuisce inoltre pacchi alimentari a circa 1.300 famiglie, registrate qui».

Sebbene gli sforzi di ACN si concentreranno da ora in avanti sempre più nella ricostruzione dei villaggi della Piana di Ninive, queste e altre migliaia di famiglie avranno ancora bisogno di un alloggio dignitoso per il periodo luglio-settembre 2017. Il costo di questa operazione di aiuto ammonta a 1.345.000 euro. Di recente, circa 1.000 famiglie “sfollate interne” sono state trasferite dai campi dove vivevano – “Ankawa Brazilian Centre”, “Ashti”, “Mar Eliya”, “Al-Amal” e “Al-Karma”) – ad Ankawa, in alloggi collettivi, aggiungendosi alle molte migliaia bisognose di aiuto.

«In generale – spiega mons. Bashar Matti Warda, arcivescovo caldeo di Erbil – le famiglie “sfollate interne” sono disoccupate, oppure senza un regolare e significativo introito. Si tratta per lo più di genitori con bambini e in molti casi anche con nonni a carico. C´è inoltre un incremento di “sfollati interni” anziani che si sono trovati senza il sostegno delle famiglie. Gli “sfollati interni” vivono sia nel campo “Ashti 2” oppure in abitazioni collettive. In genere in ogni unità residenziale vivono 2-4 famiglie».

Fino a giugno 2017, nell´ambito della settima sessione di aiuti alimentari promossa dalla Fondazione pontificia, saranno necessari circa 2 milioni di euro di viveri per queste 12 mila famiglie. Il trasporto e la distribuzione dei pacchi mensili, ciascuno del valore di 60 dollari, sono gestite da sacerdoti locali e avvengono grazie a squadre di volontari, senza costi aggiuntivi.

«La situazione degli “sfollati interni” – prosegue mons. Warda – è in continuo mutamento. Stime attuali certificano che almeno 10 mila famiglie di “sfollati” rimangono nella provincia di Erbil ed hanno bisogno di assistenza alimentare. Inoltre la metà di queste persone sono donne, bambini e anziani. Non ci sono statistiche sicure sul numero di malati, ma dall´esperienza delle cliniche dell´Arcidiocesi di Erbil, possiamo dire che aumentano le malattie croniche, specialmente tra gli anziani, che sono nella maggior parte dei casi dovute a stress e condizioni fisiche legate alla loro situazione di “sfollati interni”. Come detto, la stragrande maggioranza di queste famiglie è senza lavoro. Inoltre, a tre anni dalla crisi, le loro riserve finanziarie sono ormai esaurite. Quindi le persone che hanno bisogno di assistenza stanno aumentando e non ci si aspetta che diminuiscano nei prossimi mesi estivi. Finora i benefattori di ACN sono stati nei confronti di queste persone dei veri e propri “buon samaritani”. Hanno provveduto per loro a cibo, medicine, alloggi e scuole. I cristiani iracheni hanno deciso di tornare nei loro villaggi, ma hanno ancora bisogno dell´aiuto dei loro benefattori».

ACN è ormai da marzo 2016 ormai l´unica organizzazione ad occuparsi regolarmente di „sfollati interni“. Dall´inizio della crisi, nel 2014, ACN ha provveduto ai bisogni alimentari degli “sfollati interni” per 13.160.000 euro e finanziato alloggi per 9.956.100 euro.

Don Georges Jahola (Chiesa siro-cattolica) e don Salar Boudagh (Chiesa caldea) sono responsabili della ricostruzione di diversi villaggi cristiani sulla Piana di Ninive.

Capita che i sacerdoti debbano a volte improvvisarsi in altri ruoli: educatori, genitori, consiglieri, insegnanti, perfino allenatori. In Iraq – dove il sedicente Stato islamico ha danneggiato o distrutto quasi 13.000 case di famiglie cristiane sulla Piana di Ninive – sono costretti a vestire i panni degli ingegneri o dei geometri, se vogliono vedere un giorno i loro fedeli tornare nei villaggi di origine.

Così, le carte planimetriche prendono spesso il posto delle talari e i sacerdoti, dopo aver celebrato la messa, si attaccano al telefono per ordinare forniture elettriche, infissi, sanitari e altro materiale edile. «Qui in Iraq se queste cose non le fa la Chiesa chi le fa? Noi abbiamo competenze, capacità di dialogo e contatti», spiega don Georges Jahola, sacerdote siro-cattolico originario di Baghdeda (Qaraqosh) e membro del “Nineveh Reconstruction Commitee” (NRC), un comitato voluto da “Aiuto alla Chiesa che soffre” (ACN) con il compito di pianificare la ricostruzione delle migliaia di case cristiane distrutte dall´Is.

A Baghdeda le case dei cristiani siro-cattolici da ristrutturare sono 6.327 (ben 108 del tutto distrutte); quelle dei cristiani siro-ortodossi sono 400 (solo 7 totalmente distrutte). Ma entusiasmo e competenze non mancano. «Dopo la liberazione, dall´11 novembre al 3 dicembre 2016 – spiega don Jahola – abbiamo fotografato in 15 giorni lavorativi 6.000 case a Baghdeda. Le abbiamo divise per settori e mappate, stabilendo il grado di danneggiamento di ognuna. Ci sono case molto danneggiate o distrutte, che vanno rifatte completamente, case bruciate o colpite da un missile, che si possono ristrutturare; ci sono infine case parzialmente danneggiate che possono essere riparate con pochi interventi. Abbiamo iniziato con una squadra di 20 ingegneri volontari. Ora ne ho a disposizione 40 e circa 2.000 gli operai pronti ad iniziare i lavori. Siamo ottimisti: il riallaccio dell´energia elettrica si sta lentamente estendendo a tutta la città».

I primi interventi si concentrano in quei villaggi dove l´Is ha soggiornato per brevi periodi, senza arrecare troppi danni. «Abbiamo cominciato a ricostruire Telleskof e Bakofa, perché i danni alle case non sono troppo gravi, al contrario di Badnaya, dove l´80% delle case sono distrutte», spiega don Salar Boudagh, 35 anni, vicario generale della Diocesi caldea di Alqosh, membro dell´NRC e responsabile per la ricostruzione della parte orientale della Piana di Ninive, che comprende cinque villaggi cristiano-caldei: Telleskof, Bakofa, Badnaya, Telkef e Karamless, che si trova nella parte occidentale della Piana di Ninive.

«Prima dell´arrivo dello Stato islamico – prosegue don Salar – vivevano a Telleskof 1.450 famiglie, a Bakofa 110, a Badnaya 950, a Telkef oltre 700 e a Karamless 875. Per queste famiglie, il primo presupposto per il ritorno nei loro villaggi è la sicurezza. La nostra zona, la parte orientale, della Piana di Ninive, è controllata da una forza di sicurezza cristiana, Zeravani, che ci garantisce la sicurezza al 100%. Sono una milizia ufficiale che riceve un salario dal Kurdistan».

Il secondo presupposto sono i fondi. Le quasi 13.000 case, che dopo il passaggio dello Stato islamico, hanno bisogno di essere ristrutturate, sono state divise secondo un “coefficiente di danneggiamento”. «Servono 7.000 dollari – spiega don Salar, leggendo i dati dal suo smartphone – per rimettere a posto un´abitazione lievemente danneggiata. Per risistemare una casa bruciata 25.000. Per rifare una casa totalmente distrutta 65.000 dollari. Prego a Dio – conclude don Salar – che i benefattori di ACN, che ci hanno aiutato moltissimo fino a oggi, continueranno ad aiutarci in tutti i modi: a ristrutturare le nostre case e i nostri villaggi, per far tornare le famiglie e ristabilire il Cristianesimo nella Terra dei Profeti».

Lunedì mattina nei villaggi di Bartella, Karamles e Baghdeda (Qaraqosh) la Fondazione pontificia ACN ha inaugurato tre cantieri per la ristrutturazione delle prime 105 case di famiglie cristiane “sfollate interne”. Ai proprietari è stata consegnata una pianta di ulivo da far crescere nel proprio giardino come simbolo di pace e di riconciliazione.

Erbil (Kurdistan iracheno), 09.05.2017 – Fragile come una giovane pianta di ulivo, impercettibile come il seme di senapa della parabola evangelica, parte la ricostruzione delle prime case di 105 famiglie cristiane nei villaggi della Piana di Ninive: Bartella, Karamles e Baghdeda (Qaraqosh). Il primo cantiere aprirà già giovedì prossimo, 11 maggio, a Baghdeda.

La speranza rinasce dalle chiese dei villaggi depredati e distrutti dal sedicente Stato islamico, le cui incursioni nella Piana di Ninive costrinsero nell´agosto del 2014 circa 130.000 cristiani a lasciare le loro abitazioni per trovare rifugio nel Kurdistan. Ieri mattina, nella piccola chiesa di “Mar Shmoni” a Bartella, Philipp Ozores, segretario generale della fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre” (ACN) ha consegnato una pianta di ulivo a 35 famiglie siro-ortodosse, la cui casa nei prossimi giorni verrà ristrutturata dal “Nineveh Reconstruction Commitee” (NRC), un comitato composto da rappresentanti della chiesa siro-ortodossa, siro-cattolica e della chiesa caldea e da tre consiglieri nominati da ACN, con il compito di pianificare la ricostruzione di quasi 13.000 case cristiane distrutte dall´Is nella Piana di Ninive.

A Bartella sono ben 1.451 le case di famiglie siro-ortodosse da ristrutturare: 75 sono completamente distrutte, 278 bruciate e 1098 parzialmente danneggiate. La rete idrica e quella elettrica sono state rimesse in funzione solo pochi giorni fa.

Nella sue omelia, durante la cerimonia di consegna delle piante di ulivo, Monsignor Timothaeus Moussa Al-Shamany, Arcivescovo della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia e priore del Monastero di San Matteo, non ha nascosto le difficoltà di questa impresa storica: «Qualche mese fa aspettavamo la liberazione delle nostre città. Ora aspettiamo la ricostruzione. Tornare nelle nostre città è ancora più difficile che essere fuggiti da esse».

Dopo Bartella il piccolo “convoglio della speranza” si è spostato a Karamles, dove nella chiesa caldea di “Mar Adday” – parzialmente incendiata dall´Isis – Ozores, don Andrzej Halemba, referente per il Medio Oriente di ACN e presidente esecutivo (acting chairman) del Comitato NRC e don Salar Kajo, responsabile della ricostruzione dei villaggi caldei di Telleskuf, Bakofa, Badnaya, Telkef e Karamles, hanno consegnato la pianta di ulivo ad altre venti famiglie. Dopo la cerimonia Habib Yuossif Mansuor, 76 anni ricorda la sofferenza per aver abbandonato il suo villaggio: «Abbiamo visto in faccia il dolore. Dopo la mezzanotte siamo scappati, lasciando la casa e tutte le nostre cose. Io avevo una casa a due piani qui a Karamles che è stata bombardata e rasa al suolo. Parliamo tutti la stessa lingua, quindi vorremmo tornare nelle nostre città nella Piana di Ninive come fratelli, come se avessimo un cuore solo. Vogliamo vivere e lavorare uniti, come se fossimo un corpo solo. Ringraziamo il Signore e ACN». A Karamles sono 754 le case da rifare: 89 del tutto distrutte, 241 bruciate, 424 parzialmente danneggiate. La fornitura idrica è stata riavviata proprio ieri.

A Baghdeda si svolge l´ultima cerimonia delle piante di ulivo. Qui le case dei cristiani siro-cattolici da ristrutturare sono 6.327 (ben 108 del tutto distrutte); quelle dei cristiani siro-ortodossi sono 400 (solo 7 totalmente distrutte). Ma entusiasmo e competenze non mancano: gli ingegneri “arruolati” per rifare la città sono già 40 e circa 2.000 gli operai pronti ad iniziare i lavori. Il riallaccio dell´energia elettrica si sta lentamente estendendo a tutta la città.

Nel duomo “Althajra” (dedicato all´Immacolata concezione), che l´Isis ha incendiato per confondere con il fumo i caccia americani, Ozores e Monsignor Yohanna Petros Mouche, Arcivescovo siro-cattolico di Mosul, di Kirkuk e Kurdistan, consegnano l´ulivo a cinquanta famiglie. Monsignor Mouche, la cui omelia nel duomo è stata interrotta da molti applausi, ha indicato nella concordia l´unico strumento per raggiungere il comune obiettivo: «Non prestiamo attenzione alle voci di chi ci scoraggia, di chi vuole impedire la ricostruzione. Abbiamo una decisione ferma di tornare, nonostante tutte le sfide che ci attendono. Noi però abbiamo una roccia forte che è Cristo, che ci dà speranza. Dobbiamo resistere perché questa è la nostra terra e la nostra eredità. Sono molto lieto che al nostro fianco ci sia un´organizzazione come ACN».

Ringrazia ACN anche Azhaar Naissan Saqat, 46 anni, assistente medico, originaria proprio di Baghdeda e da tre anni sfollata interna ad Erbil, dove dirige due ambulatori per sfollati: «Ormai avevamo quasi perso ogni speranza. Ma con la pazienza e dopo tanta attesa, siamo riusciti a ritornare nella nostra città con l´aiuto della Chiesa e delle organizzazioni che ci hanno dato una mano nella ricostruzione delle nostre case, soprattutto ACN. Questa fondazione ci ha ridato la speranza di ritornare di nuovo nelle nostre case, nelle nostre chiese e di riprendere a vivere nella normalità».

«Oggi vogliamo aggrapparci a questo piccolo segno di ripartenza – ha detto il segretario generale di ACN, Ozores – proprio come nella parabola evangelica del seme di senapa. Ma con l´aiuto di Dio e con quello dei nostri benefattori speriamo che la Piana di Ninive possa accogliere nuovamente i cristiani che sono dovuti fuggire. Speriamo che questa area torni presto ad essere un luogo di vita e di pace, per tutti».

Il prossimo fine settimana la cerimonia della consegna degli alberi di ulivo si svolgerà anche a Telleskuf, un villaggio caldeo con 1268 case da ristrutturare: la quasi totalità di esse (1123) però è solo lievemente danneggiata e la speranza di rivedere in tempi brevi ripopolato il villaggio è più che ragionevole. Sono già cinquecento infatti le famiglie cristiane tornate a Telleskuf.

PER SAPERNE DI PIÙ Aid to the Church in Need, VISITA http://www.churchinneed.org
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